Bombe all’iprite: un’eredita’ scomoda

By | maggio 5, 2011 at 3:56 pm | 16.277 comments | Molfetta

Il bombardamento del porto di Bari avvenuto il 2 dicembre 1943 fu definito dal Generale Eisenhower la sconfitta più pesante dopo quella di Pearl Harbor; tuttavia per una discutibile censura imposta a suo tempo da Winston Churchill (che non voleva si sapesse che sulle navi di Sua Maestà vi erano gli aggressivi chimici da anni posti al bando dal consesso delle Nazioni).

Stime precise dei morti non ve ne sono, tra civili e militari certamente sfiorarono il migliaio. Oltre ai morti per le bombe ed i crolli, tra i quali circa 250 civili baresi, vi furono oltre 800 soldati ricoverati con ustioni o ferite. Dei 617 intossicati da iprite, 84 morirono in Bari. Si ritiene che molti altri siano morti in altri ospedali, sia italiani, sia del Nordafrica, sia dell’America, nei quali furono trasportati.
Almeno duemila bombe, furono stimate dai sommozzatori impiegati, subito dopo la fine della guerra, nella difficile operazione di bonifica
Le operazioni iniziarono nel 1947 e si protrassero per alcuni anni. Per dare un’idea della quantità immane dei vari ordigni recuperati, è sufficiente leggere i rapporti che settimanalmente venivano inviati ai diversi Ministeri interessati ed alla Prefettura. Da questi risulta che i soli ordigni chimici caricati ad iprite assommarono a ben 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni (ovviamente il quantitativo di munizionamento ordinario recuperato fu di gran lunga superiore).
Oggi gli ordigni impigliati nelle reti dei nostri pescatori sono in realtà bombe all’iprite, o a caricamento chimico colate a picco con le navi statunitensi che le trasportavano per impiegarle sul fronte italiano.Una realtà ben conosciuta dai pescatori e dagli addetti ai lavori, ma coperta da una certa “riservatezza”:
si rischia di incappare in controlli, verifiche, procedure burocratiche, compromettendo la pesca e i suoi non marginali proventi.
Il problema “del gas”, come viene chiamato dai pescatori di Molfetta, ha inizio nel 1946. Gli incidenti in questione, comunque, non sono esclusivi della marineria di Molfetta che pure conta la casistica più numerosa, ma di tali episodi si hanno notizie anche lungo la costa che va dal Barese al Golfo di Manfredonia. Nel tempo, però è stata la marineria molfettese a pagare il tributo più alto in termini di casi d’intossicazione da iprite.Dal 1946 alla fine degli anni ’90 sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione da iprite.

IL NOSTRO MARE? UNA BOMBA AD OROLOGERIA

L’allarme era già scattato nel luglio 2008, quando il Liberatorio Politico aveva chiesto informazioni a più riprese, senza ricevere alcuna risposta, al Sindaco di Molfetta sugli eventuali monitoraggi fatti nelle acque interessate alla presenza delle bombe all’iprite.
Di fronte al silenzio delle istituzioni cittadine lo stesso Liberatorio il 25 agosto ha chiesto ufficialmente all’ A.R.P.A. Puglia (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) un monitoraggio delle acque marine comprese nello specchio d’acqua antistante Torre Gavetone per verificare eventuali presenze di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico presenti.La richiesta scaturiva da una preoccupante segnalazione di un cittadino che aveva denunciato, nella giornata del 27 luglio scorso, degli strani sintomi di bruciore, non consueto, che la propria moglie aveva avvertito a livello del proprio apparato genitale dopo aver trascorso una giornata al mare in località Torre Gavetone.
Nelle ore successive all’evento traumatico, le manifestazioni erano diventate più dolorose e durante un consulto medico era stata riscontrata l’infiammazione vaginale esterna ed interna con gravi lesioni dell’epitelio della mucosa.La lesione ha richiesto un intervento chirurgico con il laser.
Un’altra donna, anche lei presente sulla stessa spiaggia il 27 luglio, ha manifestato, dopo 24 ore, la stessa identica sintomatologia.
Questi i casi di cui si ha conoscenza, ma non si può escludere che ce ne siano stati altri non segnalati o non ricondotti alla permanenza in mare, senza parlare delle numerose centinaia di casi di bagnati che questa estate hanno accusato malesseri vari riconducibili all’alga tossica. Invece sono note le segnalazioni e denunce che nell’ottobre 2008 alcuni pescatori molfettesi hanno presentato al Sindaco , alla Capitaneria di Porto e all’ A.R.P.A. che ha effettuato prelievi di campioni di acqua lungo la costa molfettese.Le mani di Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa “Piccola Pesca”, parlano da sole:mani gonfie, vescicate e spazi interdigitali screpolati. Lui e gli altri compagni della cooperativa sono stanchi di negare l’esistenza di qualcosa di misterioso che li attacca ogni volta che salpano le loro reti. I loro occhi lacrimano, tossiscono e, a volte, manca il respiro.
Un dossier dell’Istituto per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (I.C.R.A.M.), è chiaro: le analisi hanno rivelato nei pesci dell’Adriatico “tracce significative di arsenico e derivati dell’iprite”.
“I pesci dell’Adriatico”, spiega Ezio Amato, “sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori; subiscono danni all’apparato riproduttivo; sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi”.Non essendoci limitazioni alle attività di pesca, questi pesci continuano a finire sulle tavole dei consumatori. Con quali conseguenze per la nostra salute?E non basta. Si aggiunga a questo la presenza di un certo numero di bombe sganciate da aerei durante la crisi del Kosovo, per le quali recenti notizie lasciano temere che possa sussistere la presenza di uranio impoverito.
link utili:

http://liberatorio.splinder.com/tag/bonifica,

http://liberatorio.splinder.com/tag/armi+chimiche,

http://liberatorio.splinder.com/tag/alga+tossica,

alcuni video significativi:

http://liberatorio.splinder.com/post/22404175/molfetta-nellitalia-dei-veleni