Colleferro, città d’armi

By | giugno 26, 2011 at 6:31 pm | No comments | Colleferro

Colleferro, cittadina poco più di 22.000 abitanti sorta sulle sponde del fiume Sacco, che scorre tra le provincie di Roma e Frosinone, viene riconosciuta come Comune nel 1935, per la necessità di dare una residenza alle maestranze che negli anni precedenti avevano contribuito alla nascita e crescita dell’industria esplosivistica del paese.

Nel 1912 era stata fondata la BPD, Bombrini Parodi Delfino (acronimo dal Sen. Giovanni Bombrini e dall’Ing. Leopoldo Parodi Delfino) dietro richiesta da parte del Governo Giolitti, impegnato nella guerra di Libia. Nel periodo tra le due guerre mondiali l’industria locale differenzia le proprie produzioni, con la nascita della Calce e Cementi, attività meccaniche (dalla costruzione e riparazione dei veicoli ferroviari alla fabbricazione di laminati, barre e profilati, recipienti metallici e bombole per aerosol), nuove produzioni chimiche per l’industria (dall’anidride ftalica e maleica alle resine poliestere), per l’agricoltura (antiparassitari in varie formulazioni) e per uso domestico (insetticidi, detersivi e deodoranti). Tutto ciò comporterà un carico ambientale devastante.

La produzione di armamenti rimane però un elemento cardine del sistema produttivo locale, passando da produzioni di mine antiuomo (BPD-SB33), a tecnologie per cluster bombs (Bomblets Cargo Round, razzi Firos e razzi Medusa 81), propellenti solidi per missili, esportati in numerosi paesi della penisola arabica e del nord Africa.

Tra questi spicca l’Iraq di Saddam Hussein, che trova nella BPD, passata nel frattempo alla SNIA (gruppo FIAT fino al 1998), uno dei fornitori di eccellenza di armamenti e accessori. L’aggiramento delle normative internazionali per i trasferimenti di armi permette negli anni ‘80 di far giungere all’Iraq, come corredo di armamenti convenzionali, disegni e test di modifiche per l’inserimento negli stessi di gas, quali iprite e sarin. Ciò trova riscontro nei rapporti delle nazioni unite (UNMOVIC) e da documenti rinvenuti presso i National Archives inglesi. Test effettuati a Colleferro, su carta intestata SNIA BPD, che comprovano l’efficacia delle modifiche da applicare ai proiettili, caricati nelle simulazioni a polvere di gesso e altri inerti, consentendo lo spargimento nel terreno e nell’aria delle sostanze che verranno successivamente utilizzate dall’Iraq nella guerra con l’Iran.

Ci si domanda a quanti paesi siano stati consegnati questi test e quanti paesi possano averli poi applicati. Da una foto di La Repubblica del 22 Marzo 2011, scattata durante la guerra in Libia, si evince ad esempio che quest’ultima è in possesso delle stesse armi, modificabili per il rilascio di sostanze chimiche e batteriologiche, detenute dall’Iraq. Dal rapporto The Poison Gas ConnectionWestern suppliers of unconventional weapons and technologies to Iraq and Libya, opera del giornalista Kenneth R. Timmerman, commissionato dal Simon Wiesenthal Center, si evidenziano intermediazioni tra Iraq e Libia per gli stoccaggi di armi chimiche nei depositi di Rabta (nel deserto, a una settantina di km a sud-ovest di Tripoli).

L’attuale azienda leader nella produzione bellica sul territorio di Colleferro, la Simmel Difesa SpA, ha chiuso l’accesso al proprio sito internet nel 2004, oscurando il catalogo, da noi ricomposto e utilizzato come base di studio per ricostruire, attraverso le relazioni del Governo per il transito di armamenti, la composizione di questi ultimi e i paesi di destinazione. Nel 2006 ad esempio vengono ancora trasferite unità di ricambio per razzi Firos all’Arabia Saudita, che sembra a tutt’oggi il maggior acquirente dell’industria bellica colleferrina. Dalla relazione del 2010 risulta, per l’Arabia Saudita, l’acquisto di armamenti da terra per importi dell’ordine di milioni di euro. Venti di ulteriori guerre in vista, oppure precauzioni necessarie, vista la delicatezza dell’area? Riteniamo indispensabile, visti i precedenti, l’avvio di un’indagine conoscitiva volta ad appurare se altri paesi, oltre l’Iraq, siano in possesso di tecnologie italiane per la costruzione di armi chimiche.

La spregiudicatezza dei signori della guerra, con la complicità dell’industria bellica italiana e, nel caso specifico colleferrina, ha reso possibili eccidi per mezzo dei gas, di intere popolazioni,  che la giustizia internazionale dovrebbe condannare come crimini contro l’umanità.

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